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Questo non è un manuale. È una finestra dietro le quinte della psicoterapia: che cosa significa “stare con la persona” (perché il lavoro clinico non è solo teoria) e che differenza c’è tra studiare la mente e incontrarla ogni giorno.
Dedicato ai miei assistiti, alle mie tante e tanti allievi e allievi.
Se la vita mi ha portato ad essere psicoterapeuta – vocazione sentita sin dalla più tenera età – il destino ha accompagnato questa via nei mestieri del grafico pubblicitario e poi del docente-formatore per aziende private, spesso multinazionali.
E da qualche anno mi ritrovo nelle vesti di tutor che accompagna alla professione di psicologo tante ragazze e ragazzi di tutta Italia (no, l’età non c’entra. Per me sono tutti giovani).
Ho incrociato le vite di migliaia di donne, uomini, adolescenti in lezioni che parlavano di comunicazione, di sicurezza sul lavoro, di “cosa fare nella vita”, di rischi ambientali (per anni, infatti, sono stato Istruttore Nazionale di Protezione civile per conto di Croce rossa italiana) e di tante altre materie il cui elenco renderebbe troppo lungo e noioso questo articolo.
Ma il mio vero amore, probabilmente il motivo per il quale qualcuno, Lassù, ha voluto che venissi al mondo, era e rimane la psicologia clinica e la sua diretta applicazione, la psicoterapia. E non ho mai perso di vista questo sentimento. O questo demone (con una connotazione positiva, però), come lo chiamava Freud, dove sosteneva che ciascuno di noi ne ha uno che ci sottomette e noi dobbiamo solo seguire: nel suo e nel mio caso – e in quello di tanti illustri Mentori e colleghi.
Spesso i miei allievi dell’Università mi confondono con un Professore: ecco, ripeto loro che non mi sento tale, e non lo sono minimamente. Un Professore universitario, un accademico, ha una cultura molto superiore alla mia. È impegnato giorno e notte in ricerche, studi… e poi segue centinaia di studenti per settimane, mesi, nel percorso verso l’agognato alloro. Sovente parla più lingue, partecipa attivamente a conferenze, scrive libri! Il Professore universitario è l’Everest della cultura. A prescindere dalla materia insegnata. Da buon veneto che sono, mio padre m’insegnò che le montagne non vanno sfidate, ma ammirate e profondamente rispettate.
E allora, cosa fa un clinico di così diverso da un Accademico? Usando parole non mie, ma dei miei adorati Mentori (Giorgio Ferlini e Gaetano Benedetti), deve sapersi calare nelle “fauci del drago”. Espressione metaforica che dipinge la realtà della follia. O l’abisso della follia, come scrive George Atwood nel suo splendido libro “L’abisso della follia”, edito da Giovanni Fioriti.
Accademici e clinici sono intimamente legati dallo studio, dalla ricerca della conoscenza verso uno o più aspetti dello scibile, ma i secondi si “sporcano le mani” (espressione mia).
Il clinico si forma sul lavoro dei colleghi accademici, ma poi non si accontenta più di studiare, leggere, sistematizzare dati, e va a mettere direttamente il naso su quanto ha imparato e appreso. Vive sulla sua pelle, e nella sua testa e anima, i dolori e le tragedie che il sofferente porta nell’incontro tra due – o più, nel caso della terapia di coppia o di gruppo – persone.
È parte attiva in questo incontro. La psicoterapia non è a senso unico. Non è un consulto medico o meccanico. Dopo un’ora di psicoterapia entrambi ne usciamo cambiati. Non si può restare indifferenti davanti ai racconti di chi la vita la sta subendo nel peggiore dei modi. Il clinico non vede l’altro come un dato. Un punteggio grezzo che va trasformato e rientrare in qualche formula matematica scritta spesso in caratteri greci e sovente incomprensibili. O almeno, così dovrebbe fare. A me hanno insegnato così.
Il clinico trascende le parole. In culture più arcaiche e meno tecnologiche, il clinico è lo sciamano. Come lui, anche noi dobbiamo seguire una strada che non abbiamo scelto, ma ci è stata data, da cui non possiamo scappare. Non lo nascondo: a volte fa male avocare in me il dolore di chi ho davanti. A volte vorrei chiudere l’incontro e scappare via, lontano. Da quel dolore, cupo, sordo ma vivo, presente, trasmessomi.
Ma non ne varrebbe la pena. Faccio leva su quella vocazione e da essa scaturisce un’inspiegabile energia che mi fa restare con l’altro. Dasein, termine usato da noi fenomenologi tanto caro a Binswanger. Che significa “esser‑ci”, stare lì, con l’altro, non solo col corpo, ma con tutto me stesso.
Un clinico dimentica il tempo. Dimentica i propri pensieri. È un colore che si fonde con altri. Il pennello non lo manovra lui né l’altro: la psicoterapia scatena alchimie relazionali vecchie di millenni. Frega poco al clinico se in quei momenti si manifesta il concetto di nevrosi di transfert, il concetto di allucinazione o i chiari segni di una personalità Asperger. Il clinico non fa della sua vita l’ennesima enciclopedia da biblioteca. Il clinico diventa il profumo di quei libri, l’inchiostro impresso in carte vecchie di secoli, inebriante come l’odore di un tomo appena uscito dalla tipografia.
Gli assistiti creano le trame di infiniti racconti. Spetta a noi metterle nero su bianco e custodirle con estremo rigore e difenderle da occhi e letture altrui poco rispettose. I racconti di chi incontro li tengo in preziosi block‑notes vergati con stilografiche, dove ogni parola, virgola, spazio, è unica e incisa con armonia, ricamata con la stessa cura che avrei nel creare un arabesco con preziose sete e profumati colori.
E quindi? Cosa concludiamo dopo questo continuo ed estenuante impegno e lavoro? L’accademico crea libri. Tiene conferenze. Diffonde il sapere. E tappa la bocca all’ignoranza. Il clinico non crea niente di tutto questo. Sta. Non fa altro. “Sta con la persona”. Quel che si verifica dopo non è sempre scontato. Come non lo è ad inizio seduta. Mai dare per certo quello che si prospetta. Sarebbe un fallimento. Non siamo veggenti. Ma siamo esseri umani, siamo relazione. La dicotomia cartesiana lasciamola nell’epoca in cui è nata, secoli fa. La pazzia, la follia, è parte integrante dell’essere umani. E come tali, dipendiamo indissolubilmente gli uni dagli altri, dall’ambiente dove ci troviamo a nascere e crescere. Definire significa limitare. E no, questa frase non l’ha detta un Accademico. Nemmeno un clinico. Ma un musicista, virtuoso della chitarra 12 corde, che tutto il mondo c’invidia per la sua maestria.
Perché, alla fin fine, possiamo diventare sciamani, accademici, clinici, musicisti… Ma siamo e resteremo sempre essere umani.
Se stai valutando un percorso e vuoi capire se il mio modo di lavorare fa per te, possiamo
incontrarci per un primo colloquio conoscitivo.
Sta con te. Ascolta, chiede, collega. Non consegna consigli pre‑confezionati.
La ricerca costruisce conoscenza. La clinica incontra la persona. Le due cose si nutrono a vicenda.
Sì. Il dolore è materiale di lavoro, non il traguardo. Lo attraversiamo insieme.
Un primo colloquio dice più di mille parole: ci si incontra e si sente.