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L’arrivo di un figlio è uno dei cambiamenti più profondi e complessi dell’intero ciclo di vita, spesso accompagnato da emozioni ambivalenti e fatiche. Tuttavia, a livello sociale, il periodo della gravidanza e, in generale, la transizione alla genitorialità, vengono raccontati come un momento di massima realizzazione, attribuendo loro quasi esclusivamente aspetti positivi.
Questo “mito” induce a riflettere poco sulla genitorialità come vero passaggio evolutivo, rendendo molte persone impreparate ad affrontare le difficoltà psicologiche e le emozioni negative che possono accompagnare il primo periodo dopo la nascita di un figlio.
Genitore e bambino reale sono inizialmente sconosciuti: non sempre c’è una sintonia automatica e la relazione va costruita. Questo può essere difficile e doloroso da affrontare, soprattutto quando le aspettative disegnano uno scenario completamente opposto, in cui la maternità viene edulcorata e non c’è spazio per un’affettività “negativa”.
La società attuale, molto concentrata sulla performance, detta ideali di perfezione e controllo che investono tutte le sfere dell’umano, compresa la genitorialità. Tutti devono mostrarsi all’altezza e, in questo scenario, la solitudine (reale o esperita) e l’eventuale sofferenza – soprattutto delle madri – non trovano spazio, finendo per alimentare il naturale senso di inadeguatezza che investe ogni genitore alle prese con un momento così complesso.
Il web, infatti, pullula di risposte standardizzate che diffondono una causalità lineare tra benessere e adesione a prescrizioni da “manuale”, aumentando paradossalmente proprio quei vissuti di inadeguatezza che vorrebbero alleviare.
Quando si immagina di avere dei figli si parte spesso da un’idealizzazione di questa esperienza. Si tende a non pensare alla stanchezza, alla frustrazione, ai pensieri ostili o distruttivi. L’idealizzazione non riguarda soltanto il bambino, ma anche sé stessi e la coppia.
La nascita di un bambino può portare situazioni inaspettate che fanno sentire il genitore impotente, frustrato, stanco e, a volte, anche in colpa per non provare la gioia e l’appagamento che tutti si aspettano.
La maternità e la genitorialità possono, dunque, essere accompagnate da emozioni ambivalenti, a volte difficili da gestire.
Purtroppo l’idealizzazione impedisce soprattutto alle madri di accettare e accogliere anche i momenti di stanchezza e insofferenza senza sentirsi in colpa.
Diventare genitori rappresenta un cammino che ciascuno compie dentro di sé e conduce ad una nuova identità e a cambiamenti che separano, in parte, da ciò che si è stati prima.
Anche la coppia attraversa una rivoluzione: gli equilibri precedenti non sono più idonei e sarà necessario trovarne di nuovi. L’attesa e l’arrivo di un figlio riguardano la coppia, nella quale è necessario ridefinire i ruoli.
Spesso si pensa che la nascita di un figlio unisca di più la coppia, ma non è sempre così: a volte non si hanno gli stessi tempi di maturazione ed elaborazione.
Quando si diventa genitori, inoltre, si ripercorre inevitabilmente la propria esperienza di figli e ci si può trovare a fare i conti con vecchie ferite e con la riattivazione di sistemi relazionali già sperimentati. Questo aspetto è molto vicino anche a ciò che approfondisco nel lavoro sulle esperienze passate che ciascuno porta in terapia.
La crisi della transizione alla genitorialità può spaventare, ma può offrire anche un’importante occasione di crescita, se si è abbastanza curiosi da coglierne le opportunità evolutive.
Riconoscere le ambivalenze e dialogare con esse è il primo passo. Mettersi in ascolto di sé stessi, uscire da schemi mentali rigidi può aiutare ad accogliere l’imprevisto.
Adottando una comunicazione più aperta e sensibile allo stato dell’altro, la coppia può vivere questo momento di trasformazione con maggiore serenità. Questo processo di riorganizzazione personale e identitaria richiama spesso anche ciò che accade nei grandi cambiamenti di vita, come ad esempio nei percorsi di reinvenzione professionale in età adulta.
Come detto, la transizione alla genitorialità è un’esperienza complessa e riconoscere i segnali di difficoltà permette di intervenire precocemente per il benessere della madre, della coppia e del bambino.
I segnali di disagio emotivo possono manifestarsi in vari modi; non sono necessariamente indicatori di patologia, ma di un bisogno di sostegno.
Alcuni segnali da non sottovalutare:
Un percorso terapeutico in una fase di cambiamento così complesso può essere un’occasione per conoscersi meglio, uscire da modelli interiorizzati non propri, elaborare ferite del passato e imparare ad attraversare anche le emozioni negative.
Se senti che questo momento ti sta mettendo in difficoltà o desideri affrontarlo con maggiore consapevolezza, puoi contattarmi. Ricevo a Milano e online.
Sì, è più comune di quanto si pensi. L’arrivo di un figlio cambia profondamente la vita e può portare, oltre alla gioia, anche fatica, paura e senso di smarrimento.
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Perché tocca contemporaneamente il corpo, l’identità, la relazione di coppia, la storia personale e l’equilibrio emotivo. È una trasformazione a più livelli.
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Riconoscendolo senza giudicarsi, comprendendo che non esiste il genitore perfetto e che anche la fatica fa parte dell’esperienza.
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La coppia viene riorganizzata: cambiano i ruoli, i tempi, le priorità. Questo può generare distanza, ma anche nuove forme di intimità se viene elaborato insieme.
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Quando la fatica diventa persistente, quando il senso di inadeguatezza blocca, quando la coppia è in crisi o quando ci si sente soli dentro l’esperienza genitoriale.
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Simonelli, A. (2014). La funzione genitoriale. Raffaello Cortina.
Cacace, C. (2014). Psicologia della gravidanza: i tabù della maternità. Studia Bioethica, 7(3).
Florita, M. (Ed.). (2022). Divenire genitori e divenire figli. Mimesis.
Palma, E. Transizione alla genitorialità: attraversare la crisi tra mito e realtà. Psicoin.