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Che tu stia pensando di cambiare lavoro o di riorientare la tua vita personale, reinventarsi è un processo che implica un cambiamento profondo e trasformativo, portando a nuove consapevolezze dei propri desideri e valori. Possiamo paragonarlo ad un viaggio, al termine del quale non saremo “azzerati”, ma solo la versione più autentica di noi stessi, che magari è rimasta sopita a causa di aspettative sociali o paure. Tuttavia, questo processo graduale, richiede anche di fare i conti con momenti di difficoltà. Affrontare l’incertezza del cambiamento, infatti, può generare insicurezza e fragilità.
Segnali che è tempo di cambiare: mente, corpo, relazioni
Quando il cambiamento bussa alla nostra porta ci sono dei segnali a cui prestare attenzione:
Non esiste un unico modo per affrontare il cambiamento e ogni persona deve trovare il proprio. Tuttavia, alcune piccole strategie possono essere di aiuto in questo delicato processo.
Non sempre da soli si riesce a gestire una fase così delicata. Alcuni campanelli d’allarme che suggeriscono di valutare un supporto professionale sono: blocco prolungato, ansia pervasiva che invade più aree di vita, autostima in caduta.
Il primo colloquio psicologico è conoscitivo (non risolutivo): serve a chiarire la domanda, definire obiettivi realistici, concordare frequenza e sostenibilità del percorso. La chiarezza iniziale riduce l’ansia e rende il cambiamento più gestibile.
I momenti di crisi, se attraversati, possono diventare opportunità di ri-orientamento. Lo dico anche per esperienza personale: provengo da un percorso fuori dalla clinica (laurea in scienze politiche e relazioni internazionali/scuola di teatro e lavoro in ambito assicurativo) e oggi porto in stanza ciò che ho imparato sull’ascolto reale, sulla presenza e sulle scelte sostenibili.Se senti che è il tuo momento, nella mia stanza di terapia troverai ascolto senza giudizio, rispetto dei tuoi tempi e della tua soggettività.
Ricevo a Milano e online. Scrivimi per un colloquio di orientamento.
Innanzi tutto bisogna prestare attenzione a durata, ricorrenza e intensità del disagio e ascoltare i segnali del corpo. Certamente un primo colloquio può aiutare a distinguere un impulso da un bisogno reale.
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Mi viene da rispondere con un’altra domanda: tardi rispetto a cosa? Ognuno fa il proprio percorso. Non è mai troppo tardi per esprimere veramente se stessi. Certamente è diverso: si portano con sé esperienze e consapevolezze che possono fungere da acceleratore del nuovo percorso.
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Con un ritmo sonno-veglia regolare, movimento e pratiche di regolazione (respiro, scrittura). Se l’ansia diventa persistente, non esitare a chiedere aiuto.
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Non c’è una regola, dipende da obiettivi e risorse. Spesso si lavora per cicli (es. 8–12 incontri) con verifiche intermedie.
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Si decide insieme: conta la continuità e la cornice che riduce l’ansia, non la “modalità perfetta”.
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Quando i segnali durano da mesi, impattano più aree di vita e i tentativi solitari non bastano.
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