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Quando parliamo di traumi e abusi, è difficile non pensare all’impatto che queste esperienze hanno non solo su chi le subisce direttamente ma anche sulle generazioni successive. La trasmissione intergenerazionale dell’abuso sessuale infantile è un fenomeno complesso che merita attenzione e comprensione: raccontarlo con chiarezza può aiutare le persone a riconoscere i segnali e a chiedere aiuto per interrompere il ciclo.
Il concetto di trauma inizia a essere considerato già nell’Ottocento, quando si comincia a porre attenzione alle reazioni umane di fronte a eventi eccezionali come guerre, torture, catastrofi naturali, stupri e maltrattamenti sui bambini. Sigmund Freud, studiando le sue pazienti isteriche, attribuì ai traumi infantili la causa di alcuni disturbi mentali e definì il trauma come «un vissuto di pericolo che crea angoscia; a questa segue impotenza, la quale, in seguito, è riprodotta nella situazione di pericolo come segnale d’allarme». Freud e Breur sostenevano che qualsiasi esperienza che provochi terrore, angoscia, vergogna o dolore psichico possa agire come trauma.
Altri studiosi hanno arricchito il concetto:
Il tema della trasmissione intergenerazionale del trauma è stato introdotto da Freud, che in una lettera a Fliess del 1897 ipotizzò che alcune psicosi fossero causate da una nevrosi nella generazione precedente. Successivamente Abraham e Jones notarono che molti pazienti parlavano dei propri antenati senza averli conosciuti direttamente e tendevano a educare i figli sulla base del carattere dei loro genitori, suggerendo un passaggio di contenuti psichici da una generazione all’altra. Anche Freud ipotizzò una trasmissione inconscia di elementi identitari (come l’ebraicità) attraverso le generazioni, indipendentemente dal contatto diretto.
Oggi distinguiamo tra trasmissione transgenerazionale conscia – storie, aneddoti e tradizioni trasmesse intenzionalmente – e trasmissione intergenerazionale inconscia, che riguarda materiali emotivi e patogeni affidati alle generazioni successive. La letteratura scientifica definisce l’intergenerational trauma come il passaggio agli eredi degli effetti di un trauma vissuto da un genitore o da una generazione precedente. Questi effetti possono manifestarsi come sintomi, pattern relazionali e reazioni emotive che derivano da traumi non elaborati. Studi recenti hanno dimostrato, ad esempio, che l’esposizione a Adverse Childhood Experiences (ACEs) nei genitori può influire sul benessere psicologico dei figli. La trasmissione intergenerazionale può anche coinvolgere fattori epigenetici: il trauma attiva geni legati alla sopravvivenza e questi adattamenti vengono poi trasmessi ai discendenti.
Vorrei aggiungere una riflessione più astratta su questa trasmissione. A volte è difficile accettare qualcosa che non riusciamo a vedere o misurare, ma pensiamo ai pensieri selvaggi di Bion: idee e stati d’animo che circolano nell’aria e vengono captati dall’uno o dall’altro.
Ognuno di noi ha sperimentato la sensazione di sentire cosa un’altra persona stava pensando o stava per dire; non può trattarsi solo di comunicazione non verbale.
Anche la letteratura ci offre spunti: in Amleto, Shakespeare fa comparire il fantasma del padre che rivela a suo figlio il tradimento dello zio e della madre. L’amico Orazio, scettico, ascolta Amleto raccontare l’episodio; da qui la famosa frase:
«Ci sono più cose, Orazio, in cielo e in terra di quante ne sogni la tua filosofia».
Questo passo suggerisce che esistono connessioni invisibili e fili sotterranei che legano le generazioni al di là di ciò che vediamo.
In chiave moderna, gli studi sull’epigenetica della Shoah hanno dimostrato che i figli e i nipoti dei sopravvissuti non solo sono più suscettibili a disturbi post-traumatici, ma presentano anche alterazioni a livello di DNA: cambiamenti in una proteina sono stati osservati nei figli dei sopravvissuti, ma non nei discendenti che non hanno vissuto lo stesso trauma. Tutto questo conferma che il dolore può lasciare tracce non solo nella memoria ma anche nel corpo, e che queste tracce possono attraversare le generazioni.
La signora Maria è una quarantenne piuttosto dimessa, non la si può definire certo timida, ma porta con sé una costante aria di pesantezza che la contraddistingue. La incontro per seguire il figlio più piccolo, un bimbo autistico: come da mia prassi, ho colloqui regolari sia con lei, sia con il marito.
Maria si dimostra una donna molto intelligente e profonda, è bella ed ha successo, con una professione di rilievo, ma porta con sé una tristezza difficile da spiegare con la sua situazione attuale.
Qualcuno potrebbe pensare che la sua tristezza sia legata alla diagnosi di autismo (seppur lieve) del figlio minore, ma la mia esperienza – maturata a contatto con decine di famiglie in situazioni simili – mi dice che nessuna delle madri presentava queste caratteristiche. Semmai, manifestavano preoccupazione, rabbia o ansia: tutte reazioni comprensibili e giustificate.
Poi, un giorno, durante una seduta, racconta dei propri genitori – due professori in pensione. Mi vengono descritti come due figure molto ansiose e invadenti.
Nello specifico, il padre di Maria trascorse tutta la sua infanzia fino all’età adulta in un orfanotrofio, dove le condizioni ambientali non erano delle migliori. Suo padre – il nonno di Maria – si era tolto la vita: un evento che rappresenta certamente uno dei traumi più difficili da metabolizzare e che, per le generazioni successive, resta come una massa inelaborata e inespressa.
Così ho compreso che la signora Maria aveva ricevuto inconsciamente questo fardello emotivo, senza aver avuto la possibilità di elaborarlo, rifletterci o prenderne le distanze.
Attraverso i nostri colloqui, Maria è riuscita per la prima volta a collegare la sofferenza del padre, l’esperienza dell’orfanotrofio e l’impatto di quell’evento sulla propria vita. Ha riconosciuto che quel dolore le è stato trasmesso, senza che avesse gli strumenti per elaborarlo.
Lorenzo ha cinque anni e frequenta la scuola materna. Viene inviato al servizio per il suo comportamento dirompente: è aggressivo con i compagni, rompe oggetti e tira giù le mutande agli amichetti, disegnando organi genitali.
Nel colloquio con le insegnanti emergono anche altre condotte preoccupanti: Lorenzo abbassa i vestiti ad altri bambini e bambine, disegna organi genitali. Sono manifestazioni non appropriate alla sua età e vanno valutate con attenzione.
Con me Lorenzo si mostra affettuoso e collaborante e, da subito, costruiamo una buona alleanza terapeutica. È consapevole delle sue “brutte azioni”, ma non sa spiegare perché le compia; allo stesso tempo non riesce a controllarsi. E poi, realisticamente: cosa possiamo chiedere a un bambino di cinque anni? Che sappia comprendere e raccontare il senso profondo di ciò che prova?
I genitori sono presenti e affettuosi, e anche fermi nel porre limiti. Il padre lavora molto per sostenere la famiglia. La madre è colta, collaborante; con lei si instaura presto una buona relazione. Eppure appare triste, spenta, porta con sé (come nel caso della signora Maria del paragrafo precedente) un peso emotivo evidente. Quale?
Per diversi colloqui non emerge nulla di specifico. Finché, seguendo un’intuizione, le pongo una domanda delicata con la massima cautela:
«Ha mai subito abusi nella sua infanzia?»
Silenzio. Il volto si contrae, le lacrime scendono, il pianto diventa inarrestabile.
«La mia infanzia era serena, piena d’affetto… finché, a quattro anni, ho iniziato a subire abusi sessuali da parte di uno zio materno. È andata avanti per quattro anni. Quando non ce l’ho fatta più, ne ho parlato con mia sorella maggiore, Luisa: anche lei aveva vissuto la stessa esperienza.»
Le bambine confidano tutto alla madre, che interrompe ogni rapporto con il fratello. Non lo denuncia: una decisione difficile da comprendere oggi, ma che all’epoca — in un piccolo paese dell’entroterra siciliano — era segnata dal timore della maldicenza e dell’esposizione pubblica.
Lorenzo, attraverso i suoi comportamenti sessualizzati e aggressivi, mette in scena un trauma non suo ma ereditato. Riconoscere e nominare questo dolore è il primo passo per interrompere la catena.
Le storie di Maria e Lorenzo mostrano quanto sia importante il lavoro con i genitori nei casi di trauma e abuso:
Interrompere la catena patologica – l’abuso subito dagli antenati, il maltrattamento trasmesso a cascata – richiede che qualcuno prenda in mano quel dolore, lo elabori e lo contenga.
Spezzare la trasmissione del trauma non è solo un atto terapeutico ma anche un atto di responsabilità verso le generazioni future. Per approfondire i segnali dell’abuso e i modi per proteggere i bambini, puoi leggere anche l’articolo Abuso sessuale sui minori: comprendere per proteggere.
Se ti riconosci in questi segnali — come genitore, insegnante o familiare — non restare solo/a. Un confronto professionale può aiutare a proteggere il bambino, comprendere le dinamiche familiari e interrompere la catena del trauma.
Posso offrirti uno spazio riservato e non giudicante per capire come muoverti e quali passi concreti compiere.
È il passaggio degli effetti psicologici e fisiologici di un trauma dai sopravvissuti ai loro discendenti. Persone che non hanno vissuto direttamente l’evento traumatico possono manifestare sintomi, pattern relazionali o reazioni emotive dovuti a traumi subiti dai loro genitori o antenati.
Segnali come aggressività immotivata, comportamenti sessualizzati, regressioni improvvise e ansia possono indicare che il bambino sta mettendo in scena un trauma. È importante osservare i pattern famigliari e chiedere supporto professionale per comprenderne l’origine.
Prendere consapevolezza della propria storia familiare, elaborare i traumi attraverso un percorso terapeutico e offrire ai figli un ambiente sicuro e prevedibile. La collaborazione con psicologi e servizi sociali può aiutare a rompere il ciclo e costruire legami più sani.
Quando si notano segnali di sofferenza nei figli senza cause apparenti o si riconoscono nella propria storia eventi traumatici mai elaborati. Un intervento professionale può aiutare a comprendere e interrompere la trasmissione del trauma.
Sì. La ricerca indica che con un intervento mirato, la creazione di un ambiente privo di ulteriori traumi e il supporto terapeutico, le famiglie possono interrompere il ciclo e favorire la guarigione di sé e dei propri discendenti