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Se tutte le esperienze della nostra vita contribuiscono a ciò che siamo, in primis come esseri umani e poi come professionisti, questo è ancora più vero in una professione come quella dello psicologo clinico, in cui ci si mette in gioco con relazione e parola.
Nonostante io abbia cambiato radicalmente la mia vita da un punto di vista professionale, tutto ciò che è venuto prima non è stato cancellato, ma integrato. L’ho raccontato nell’articolo Reinventarsi in età adulta, come cambiare strada senza perdersi.
Una breve sintesi della mia “prima vita”: una laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, un Master in Politiche Pubbliche e Gestione Sanitaria e, in parallelo, la mia grande passione per il teatro (laboratori e diploma professionale di arte drammatica). Al termine degli studi mi sono trovata, un po’ per caso e un po’ per necessità, a lavorare come commerciale per una grande compagnia assicurativa.
Reinventarsi non significa rinnegare il passato: significa integrare competenze e valori in una forma più autentica.
In molti vivono questo passaggio come “cambiare lavoro a 30/40 anni”, ma il punto non è l’età: è l’integrazione e la capacità di trasformare anche gli ostacoli in occasioni di crescita.
Dopo qualche anno sono arrivati i primi segnali che fosse giunto il momento di valutare un cambiamento:
Con l’aiuto di un percorso di psicoterapia, un passo alla volta ho capito quale fosse la mia strada e ho trovato il coraggio di percorrerla.
Negli anni da consulente ho imparato che le persone non portano solo “problemi”, ma decisioni da prendere dentro vincoli reali: tempo, denaro, responsabilità, paura di sbagliare. Quell’esperienza oggi diventa ascolto dei sottotesti (ciò che non si dice, ma pesa), chiarezza sugli accordi (cornice, confini, aspettative realistiche) e capacità di stare nelle scelte senza forzare i tempi. In concreto, lavoro per tradurre l’ansia in criteri: cosa è urgente, cosa è importante, cosa è rimandabile. Attraversando insieme quello che accade all’interno di sé stessi, si possono trovare nuove possibilità e occasioni di crescita. E mantengo un principio che per me è etico: promettere solo ciò che posso sostenere, senza produrre illusioni.
Il teatro mi ha insegnato la presenza: stare davvero qui, con corpo, voce e sguardo. In seduta significa leggere il ritmo (quando accelerare, quando rallentare), usare il silenzio come spazio di elaborazione, dare voce alle sfumature (tono, pause, micro-segnali). L’improvvisazione, dentro una cornice chiara, mi consente di essere flessibile senza perdere direzione: seguo ciò che emerge, ma custodisco la trama. Dal lavoro sulle “maschere” traggo un’altra cosa utile: aiuto a distinguere i ruoli che indossiamo per adattarci alle aspettative sociali (il/la forte, il/la compiacente, il/la risolutore/trice) dalla persona che siamo, così da scegliere con consapevolezza quando tenerli e quando posarli. Spesso uso immagini e metafore per avvicinare con delicatezza temi difficili, creando una “giusta distanza” che permette di sentirli senza esserne travolti.
Il primo incontro è conoscitivo (non risolutivo) e serve ad entrambe le parti per mettere a fuoco gli obiettivi e concordare una cornice sostenibile (tempi, cadenza, costi). Non esistono soluzioni “preconfezionate”: la clinica, per me, non è un protocollo rigido, ma una sorta di artigianato vivo, che nasce dall’incontro tra due persone (terapeuta e paziente), uniche e irripetibili. Si attraversa insieme quello che accade, senza “negare” o “sorvolare”.
Se emergono bisogni specifici (medici, legali, sociali) valuto invii mirati spiegandone il senso: non “ti mollo”, amplio la squadra che ti sostiene.
Dopo un licenziamento improvviso, G. porta rabbia e smarrimento. Insieme trasformiamo il groviglio in passi chiari: una mappa di scelte possibili, una telefonata da fare, un profilo da aggiornare. In stanza affrontiamo il significato che si cela dietro la paura di G. di fare la chiamata più importante. Quando la farà davvero, non andrà esattamente come sperava—ma tornerà dicendo: “Ho retto. E ora so qual è il mio prossimo passo”. L’obiettivo non era “trovare subito il lavoro giusto”, ma rimettere in moto fiducia e azione.
L. arriva con un dolore fresco. Non c’è niente da “fare”. Lavoriamo su stare nel dolore e anche il silenzio diventa uno spazio di elaborazione. Nel tempo, L. costruisce un piccolo rituale personale (una passeggiata, una lettera mai spedita, una foto spostata di posto) che dà forma al vuoto senza negarlo. “Non sto meglio nel senso di ‘passato’, dice, ma so restarci. E sento che posso prendermi cura di me”.
Se emergono bisogni specifici (per esempio supporto psichiatrico, consulenze legali, bisogni sociali), concordiamo insieme un invio mirato o un lavoro in rete. La priorità è la tua tutela: la psicologia non è un’isola.
Ho allenato ascolto reale, chiarezza di setting e gestione di decisioni complesse: oggi diventano contratto terapeutico chiaro e lavoro condiviso sugli obiettivi.
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Allena presenza, ascolto attivo, sintonizzazione e lettura del non verbale (ritmo, pause, tono). In seduta significa stare qui‑e‑ora con autenticità.
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Sì: valorizzo ciò che c’è già nella storia delle persone e integro, invece di “azzerare”. Cambiare può essere integrazione, non rottura.
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Ascolto, presenza, chiarezza. Accordo di lavoro esplicito e flessibilità dentro confini sicuri.
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Un tempo per capire cosa ti serve, definire la cornice, concordare primi passi. Nessuna pressione a “decidere subito”.
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Di solito 2–3 colloqui sono sufficienti per valutare sintonia, obiettivi e sostenibilità.
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L’incontro con i propri limiti, se preso nel verso giusto giusto, può diventare una possibilità di apertura inedita. Comunque non decidiamo al buio: costruiamo ipotesi testabili (micro‑esperimenti a basso rischio) prima delle scelte grandi, senza fretta, un passo alla volta.
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Il blocco si lavora: ricalibriamo il piano, riduciamo il passo, rivediamo la cornice. Non è fallimento: è conoscenza preziosa.
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Se stai attraversando un cambiamento e vuoi farne un percorso sostenibile, possiamo definirlo insieme. Ricevo a Milano (zona Buenos Aires) e online.
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