Il lavoro invisibile del terapeuta: perché servono tempo, confini e pazienza

da | Gen 7, 2026 | Psicologia

Vorrei parlare di un argomento spesso ignorato che molto ha a che vedere con il controtransfert che, in soldoni, è la reazione del terapeuta ai contenuti e al comportamento del paziente (così come il transfert è il trasferimento sul terapeuta degli antichi legami affettivi del paziente, in genere genitoriali, così succede che il terapeuta può essere amato o odiato selvaggiamente a seconda di quali erano i suoi antichi sentimenti e vissuti).

L’argomento riguarda, appunto, le difficoltà che il terapeuta incontra nello svolgersi del suo lavoro; questo non vuol essere un mero piangersi addosso e cercare di farsi compatire, tutt’altro: in realtà dovrebbe servire, in primis, a tutte quelle persone che intendono intraprendere un percorso psicoterapeutico, ma anche a quelle che già, da pazienti a tutti gli effetti, lo praticano.

Perché parlarne: controtransfert e aspettative

Un mio “maestro”, di cui non citerò il nome, diceva o dice, essendo ancora, fortunatamente, in vita, che il terapeuta è un essere umano dotato delle debolezze degli esseri umani. Ma i nostri pazienti immaginano le nostre esistenze come bellissime e perfette, scevre dalle umane miserie. Così non è: come tutti siamo sottoposti ai problemi comuni: malattie, infermità, problemi familiari, morte. Anche noi ci ammaliamo, anche noi moriamo.

Certamente ci tocca, ci irrita il fatto che i pazienti non riescano a capire i nostri umani limiti (“Come, a volte ci viene fatto di pensare, dopo tutto quello che ho fatto per lui/lei questo/questa non è disposto/a spostare di mezz’ora l’appuntamento!!!??”)… anche se poi, riflettendo, ci diciamo che se i pazienti vengono da noi qualche motivo ci sarà.

Tempi della psicoterapia, consapevolezza e cambiamento

È importante altresì cercare di capire che, con tutta la buona volontà di questo mondo, non ci è dato “guarire” (e il virgolettato serve a sottolineare quanto il termine sia fuori luogo) un paziente, o supposto tale, nel giro di poche sedute. Chi decide, in modo responsabile, di intraprendere un percorso dovrebbe essere consapevole che è un percorso dotato di inizio e… di un termine che non è assolutamente immediato.

Ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ci vuole perseveranza: i nostri conflitti, le nostre ferite, per non parlare dei traumi, necessitano di tempo; occorre tanta riflessione, seduta dopo seduta, occorre pensare che, accanto ai nostri modelli di comportamento, spesso sempre rigorosamente uguali e altrettanto rigorosamente poco efficaci, possono esistere altri modi, altre strade forse più fruttuose e anche questo richiede tempo. E soprattutto il paziente deve essere capace di affrontare gli inevitabili dolori, a volte assai cocenti, e le inevitabili frustrazioni.

Certamente si può apprendere una tecnica per ammorbidire gli attacchi di panico, i pensieri ossessivi, le ansie esplosive, ma arrivare all’origine è tutta un’altra storia. E, detto tra noi, un sintomo – per quanto paralizzante, doloroso e ingestibile – ha un suo lato positivo: quello di avvisarci che, anche se apparentemente va tutto bene, dentro di noi qualcosa non funziona!

Ingenuamente si crede che, capita l’origine di un conflitto, di una ferita, forse anche di un trauma, questo automaticamente risolva il problema: siamo sani, siamo equilibrati, da lì in poi la nostra vita scorrerà felice… Evviva!! Ma così non è. Un conto è la nostra testa, un conto la nostra parte più profonda, quella degli impulsi, delle emozioni, anche forti, quella che ci sfugge e che tante volte ci fa dire: “Ohibò ma perché ho fatto questo? Come mai ho detto quest’altro? Perché all’improvviso mi sono così arrabbiato? Oppure perché sono così felice?”

La consapevolezza è lenta a raggiungerci e non è un semplice insight, non è la famosa lampadina di Archimede! Occorre tempo, un tempo lungo, difficile da quantificare; tante volte la domanda che ci viene posta è: “Senta dottore ma quanto tempo ci vuole?”… Non è dato saperlo, ognuno ha il suo,…

Raggiunta la consapevolezza seguirà poi un cambiamento, ma sarebbe meglio chiamarlo modifica, una modifica del nostro essere, niente di eclatante: ciò che siamo in fondo restiamo, ma con una marcia in più, la conoscenza di noi stessi. Molte persone amano viaggiare e molti, di ritorno da luoghi al di là del mondo, se ne vantano; spesso, tra amici, al rientro dalle vacanze si assiste a una gara su chi ha visitato i luoghi più esotici, ma penso che il viaggio più bello, più significativo è quello all’interno di se stessi ed è quello che ti fa affrontare al meglio la vita con tutte le sue difficoltà.

Il primo incontro visto dal terapeuta

Infine vorrei parlare delle difficoltà del terapeuta che incontra il paziente per la prima volta (ma in certi casi anche oltre la prima volta!). Si parla sempre del disagio del paziente, di quanto sia difficile per lui l’incontro con il professionista, per lui un essere misterioso e sconosciuto… ma il terapeuta? Non si pone mai l’attenzione sul disagio del terapeuta che incontra il nuovo paziente…: l’attesa, la lieve ansia, i dubbi, di nuovo a sottolineare che anche noi “siamo umani”!!!

In fondo anche Michelangelo, nell’apprestarsi a scolpire la Pietà, si sarà probabilmente grattato la testa di fronte all’intonso e immacolato blocco di marmo: “MO’ da dove comincio??!”

Distanza terapeutica e confini (il “tu”/“lei”)

Poi, nell’illustrare il proprio lavoro, una volta su due il terapeuta si sentirà dire dal paziente: “Ma perché non ci diamo del tu?” L’intenzione apparente è quella di essere amichevole, di creare da subito un legame, ma in realtà, più profondamente (ma neanche tanto profondamente), l’intento è quello di negare di essere di fronte a uno psicologo, o psicoterapeuta o psicoanalista, e di avere bisogno, necessità di fare terapia…

Al che il terapeuta dovrà da subito risultare odioso, creare una necessaria distanza: “Lei faccia pure ciò che crede, deve sentirsi in questo spazio libero di esprimersi, ma io continuerò a darle del lei, perché noi non siamo amici, io sono il suo psicoterapeuta e lei è il mio paziente e non andremo mai a mangiare una pizza insieme”… appunto odioso, doloroso, ma necessario.

Lavorare con i bambini: neutralità messa alla prova

E se, nell’incontrare un paziente adulto, la difficoltà del terapeuta si dissolve (almeno si spera) brevemente, pensiamo all’incontro con un bambino, specie se piccolo, che se ne frega altamente della neutralità e ti salta in collo, ti abbraccia, ti bacia, a volte, nei casi più gravi, ti fa la cacca nello studio tirandosi giù le mutande in quella che può essere definita una “confusione geografica”. Oppure, se trattasi di un bambino con un disturbo oppositivo o esplosivo/intermittente, in cui il minore non riesce a porsi e rispettare dei limiti, il terapeuta può essere aggredito, anche (anzi volentieri) fisicamente.

Un bambino poi pone domande scomode che di solito gli adulti, a parte qualche raro caso, si astengono dal porre (anche se vorrebbero!), del tipo: “Sei sposato?… Quanti figli hai?… dove abiti? Com’è casa tua? Come si chiama tua moglie e come si chiamano i tuoi figli?” E, badate bene, non è che di fronte a un diplomatico cambio di discorso, a un cercare di spostare l’attenzione su un gioco, su un evento divertente, sul chiedere del cartone preferito o di come va a scuola quello demorde… neppure per idea…

Marina, 12 anni mi pone continuamente di queste domande, ma in più, l’ultima volta, vuole assolutamente sapere dove e con chi sono stata in vacanza… Siccome non rispondo, approfittando di una mia distrazione chiude a chiave la stanza, nasconde la chiave e dice caparbiamente che finché io non le rispondo, soddisfacendo la sua legittima curiosità, non potrò uscire!!!… (Per risolvere l’incresciosa situazione ho dovuto mettere in campo una specie di resistenza passiva: “Va bene, stiamo così!”)

Lavorare con gli adolescenti: energia e difficoltà

Vogliamo poi accennare agli adolescenti??? A quanto il lavoro con gli adolescenti sia intenso e significativo, a quanto siano affascinanti e ricchi questi ragazzi, a quanta vitalità ed energia portino dentro la stanza di terapia, ma a quanto sia difficile avere a che fare con loro?… Nel migliore dei casi ti guardano come tu fossi un reperto fossile, già ampiamente in via di decomposizione; lo sguardo è pieno di compassione (“Ma proprio qui devo stare? E questa chi è?”) se non apertamente ostile (“Ma che cacchio vuole questa?”). Naturalmente non dicono cacchio, ovvio…

A volte, se si accenna a qualche gloria del passato, nomi di grosso calibro che per noi è impossibile non conoscere, ti rivolgono uno sguardo vacuo che educatamente cerca di farti capire: Ma chi cacchio è sto’ Fabrizio De André??? (naturalmente il cacchio non è propriamente cacchio…). Se la strada del gioco e delle favole è la via principe per i bambini non ti azzardare a proporre loro qualcosa di simile senza vederli sfrecciare risolutamente verso la porta d’ingresso (Ma per chi mi hai preso????), anche se muoiono dalla voglia di giocare con gli animali o con la casina e tutti i personaggi della famiglia, non lo ammetterebbero neppure sotto tortura…

Facilmente creano un legame con il proprio terapeuta laddove si sentano capiti, anzi “visti”… “Sai i miei non mi vedono, tu sì” ma facilmente interrompono proprio perché la loro è l’età dell’impulsività quindi…

Il ruolo dei genitori: collaborazione e ostacoli

L’ultimo capitolo riguarda i genitori… Certo un bambino come fa a venire da sé? Come fa a capire di avere un problema? Come fa un adolescente a pagarsi le sedute? È ovvio, è ragionevole pensare che gli adulti di riferimento se ne assumano il carico e decidano che è bene che il proprio figlio/figlia vada a fare psicoterapia… Questo dice loro la testa, in quanto al resto, ai propri impulsi, alle proprie emozioni è tutta un’altra storia

Spesso sono collaboranti, o almeno pensano di esserlo, hanno tutte le migliori intenzioni del mondo, ma poi come accettare a cuor leggero che un estraneo, anche se con tanto di laurea e master e specializzazioni, possa capire meglio di loro il proprio figlio, atteso con tanta trepidazione e partorito con tanto dolore!!! Mi sento di prendere un po’ in giro ma bonariamente perché capisco il dolore e la ferita di un figlio che per qualche ragione sta male e non riuscire ad aiutarlo!…

Quindi i genitori ti ascoltano e sono d’accordo con te ma, talvolta, in modo del tutto inconsapevole ti mettono ampiamente i bastoni tra le ruote: così possono succedere sedute saltate, sbagli d’orario, per arrivare purtroppo all’interruzione della terapia… 

  • “Sa c’è calcio, come fa a fare tutte e due le cose!…”
  • “Sa, Michele ha deciso di non venire più, non se la sente, mica posso obbligarlo!…” 
  • “Sa, mi sembra purtroppo che non ci siano grandi cambiamenti, continua a fare pipì a letto, certo lei è bravissima, guardi non la prenda come qualcosa di personale sa? Però…”

Talvolta l’interruzione può essere una punizione nei confronti del figlio: il figlio non obbedisce, è irrequieto, gli viene tolta la terapia a cui tiene molto. È il caso della stessa Marina che viene per l’ultima seduta, dopo mia insistenza perché i genitori volevano interrompere per telefono… Marina è arrabbiata e, giocando a pallone per l’ultima volta, più volte mi colpisce volutamente per farmi, in parte, sentire il dolore che lei sente. Io accuso i colpi e cerco di difendermi un po’ ma non brontolo, non recrimino… Poi Marina, affranta, si butta su una sedia e, piangendo silenziosamente, mi dirà: “Hanno fatto tutto loro, Silvana”. “Lo so, Marina, lo so”… che altro potevo dirle?

In conclusione: cosa resta (per pazienti, genitori, colleghi)

Questo percorso dentro il controtransfert ci ricorda che la psicoterapia è un lavoro profondamente umano: fatta di confini che curano, di tempi che non si forzano e di relazioni che si costruiscono seduta dopo seduta.
Per gli adulti, significa dare valore alla continuità del lavoro più che alla soluzione immediata.
Per bambini e adolescenti, vuol dire poter incontrare qualcuno che “li vede”, anche quando il loro modo di essere visti non assomiglia a quello degli adulti.
Per i genitori, è un invito a sentirsi partner del percorso, non spettatori né controllori: la protezione nasce anche da come stiamo dentro alla relazione di cura.Se alcune parti ti hanno toccato, come paziente, genitore o adulto che si prende cura, possiamo trasformarle in materiale di lavoro: uno spazio protetto, confini chiari, nessun giudizio.
Scrivimi per un colloquio di orientamento


Domande Frequenti

La psicoterapia “funziona” subito?

No. È un percorso che richiede tempo, pazienza e perseveranza: si lavora su consapevolezze e modifiche profonde, non su soluzioni lampo.
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Perché il terapeuta mantiene il “lei”?

Per garantire confini chiari e protettivi. La distanza professionale non è freddezza: tutela la relazione terapeutica.
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È normale che mio figlio faccia domande personali al terapeuta?

Sì: bambini e adolescenti testano la relazione. Il terapeuta risponde proteggendo la privacy e riportando il focus sul loro bisogno.
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Cosa posso fare come genitore per aiutare il percorso?

Essere puntuali e continui, sostenere il figlio senza pressioni, comunicare con il terapeuta e non interrompere impulsivamente.
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Autore

Silvana Simoncini
Silvana Simoncini Psicologa Psicoterapeuta Orientamento: Psicodinamico Ansia Conflitti Depressione Lavoro con: Adolescenti, Adulti, Bambini Non tratto solo i sintomi, ma la complessità della persona e della sua storia. Da oltre 30 anni accompagno bambini, adolescenti e adulti in percorsi di cura emotiva e relazionale, integrando esperienza clinica e aggiornamento continuo. Ricevo a Firenze Vedi profilo