Hikikomori: nome strano per un fenomeno strano. Nasce in Giappone dal progressivo rinchiudersi nella propria camera da parte, soprattutto, di adolescenti, fino a una vera e propria reclusione.
Pare che il fenomeno, almeno nei suoi esordi, debba la sua esistenza alla forte ambizione di molte madri giapponesi che spingeva, e spinge, i figli verso prestazioni scolastiche pressoché perfette, provocando in loro un contraccolpo di segno contrario.
Sappiamo, o almeno si legge da alcuni siti, che il sistema educativo e scolastico giapponese ha al suo attivo ferree regole di disciplina, alcune per il nostro sistema occidentale lontane anni luce e piuttosto incomprensibili. Ad esempio, pare che gli studenti debbano, alla fine delle lezioni, ripulire la propria aula prima di uscire; per non parlare, cosa ancora più “bizzarra”, della regola di vestirsi leggeri in pieno clima invernale per temprarsi al freddo.
Ricordo una puntata di Turisti per caso, molti anni fa, in cui Susy Blady e Patrizio Roversi illustravano uno scorcio di quella che era la scuola dei samurai, in cui bambini tremanti di 4 o 5 anni dovevano stare seminudi nel piazzale, all’aperto d’inverno, ad ascoltare senza piangere o lamentarsi il discorso del direttore che, naturalmente, era ben coperto come gli altri maestri.
L’hikikomori rientra quindi, appunto, in una logica di rivolta contro siffatta durezza.
Che cos’è l’ansia da separazione?
L’ansia da separazione viene definita come una forma di disagio intenso e persistente legato all’allontanamento da figure di riferimento.
È la prima forma di ansia che i bambini sperimentano nella loro esistenza: non avere più vicina la mamma getta il bambino nella disperazione e, in effetti, se ci si pensa bene, la vita del bambino e la sua sopravvivenza dipendono dalla presenza materna, dalla sua cura, dal suo contenimento.
A 8 mesi, infatti, classicamente, l’attaccamento alla figura di riferimento si manifesta con la cosiddetta paura dell’estraneo: qualcuno che, ipoteticamente, nella testa dell’infante può separarlo e allontanarlo dalla propria mamma.
Se persiste in età adolescenziale e ancor più in età adulta, è un segnale importante di cui tenere conto. Può manifestarsi in ossessività, nevrosi, fobie, attacchi di panico e molto altro.
Il caso di Rodolfo: quando il ritiro somiglia all’hikikomori
Rodolfo, Foffo per gli amici e i familiari, mi scrive su WhatsApp dicendo che soffre di forti crisi d’ansia e di attacchi di panico che gli impediscono di uscire quasi mai da casa, anzi dalla sua stanza, diventata, come lui stesso definirà, un vero porcile.
Talvolta si reca a pranzo e/o a cena con i suoi a tavola; a volte mangia in camera pasti veloci e poco sani; talvolta ce la fa a uscire un po’ e a fare un mezzo giro dell’isolato. I suoi, mamma e papà, si sono abituati, assuefatti, mi dirà. Io, perplessa, rifletto che forse il suo sintomo può servire in qualche modo alla dinamica familiare.
Mi dice che vuole stare bene e fare di nuovo le cose normali che faceva prima e per questo mi contatta. Certo, anche se il mio studio dista quasi esattamente una dozzina di metri da casa sua, arrivarci per lui era, ed è stata, impresa tutt’altro che facile.
La prima e la seconda volta, la specie di seduta, se così si può chiamare, della durata di pochi minuti, si è svolta nell’ingresso del mio palazzo: io dentro, lui sul marciapiede. Un lui fortemente in ansia, imbarazzato e vergognoso delle persone che passavano o dei pochi inquilini che entravano nel portone.
Poi nuovamente un messaggio in cui diceva che voleva venire ma che non ce la faceva, con me che rispondevo dicendo che capivo che non era facile per lui, ma che se non faceva quei pochi passi in più non avrei potuto aiutarlo al meglio.
La terza e la quarta volta è venuto con la sua ragazza ed è riuscito a entrare nella stanza, restando però in piedi dietro la poltroncina, pronto a scappare.
La quinta volta, risolutamente, è venuto da solo e si è seduto, ma è restato pochi minuti: il cuore in gola, la bocca secca, le ginocchia di burro. Non ce l’ha fatta.
Finché, alla sesta volta, ho avuto un’idea: “Rodolfo, ti piacciono i gatti?”. “Moltissimo, ne ho tre”.
Così, pregando che il mio Achille fosse tranquillo nella cuccia e non in giro per giardini, sono andata nel resede. Achille sonnecchiava, così l’ho sollevato e prontamente l’ho depositato in braccio a Rodolfo.
Ora si deve sapere, per amore di verità, che Achille non è un coccolone; anzi, è un bestione di 12 chili piuttosto sospettoso e poco incline alle coccole. Ma credo che la “belva” abbia intercettato il mio sguardo supplichevole e abbia sentito, gli animali sono bravi in questo, la difficoltà e il disagio del ragazzo. Così si è lasciato tenere in braccio per il tempo sufficiente a far rilassare Rodolfo e portare a buon fine la nostra effettiva prima seduta.
Da allora Rodolfo è riuscito a venire regolarmente allo studio, all’inizio addirittura due volte a settimana, poi una volta, ma sempre regolarmente e sempre con piacere e voglia di indagare su se stesso.
Chi è Rodolfo
Rodolfo è un bel ragazzo di 23 anni, non molto alto ma con un bel viso e folti e “meravigliosi” capelli neri che sono il suo orgoglio. Lo deduco dal fatto che, mentre lui non appare né curato né vestito pulitamente, i capelli sembrano sempre usciti da una fresca messa in piega.
Stranamente non ha tatuaggi, ma un originale lungo orecchino con una piuma. Mi dice che anche la mamma ne ha uno uguale, ma non altrettanto il suo gemello Giuseppe. Già, perché Rodolfo ha un gemello.
I traumi che segnano la sua storia
La storia di Rodolfo inizia con un trauma alla nascita, quando Rodolfo, avendo ricevuto meno nutrimento a beneficio del gemello Giuseppe, rischia di morire e sopravvive grazie all’incubatrice, in cui resterà per circa 4 mesi.
Mi descrive un’infanzia felice, in cui lui non aveva problemi a separarsi dalla mamma per andare a scuola. Era un bambino curioso e dinamico, a differenza del gemello più “appiccicoso”.
L’altro trauma riguarda la confidenza che la mamma, all’età di 13 anni, gli fa e che riguarda la tossicodipendenza del padre. È la conferma dell’averlo visto seduto sul letto, così mi descriverà, con lo sguardo perso nel vuoto, e dell’aver notato la presenza di siringhe in bagno e nella camera dei genitori. Confidenza della madre di cui il gemello Giuseppe è all’oscuro.
Infine, la morte della nonna paterna, a cui era molto legato e che avviene all’improvviso mentre lui si trovava fuori a cena con gli amici. Di questo Rodolfo si accuserà, inconsciamente, per molto tempo ed è questo, in parte, il motivo del suo hikikomori.
All’epoca Rodolfo frequentava la quarta classe di un istituto tecnico, con buoni risultati. Non era uno studente modello, ma se la cavava.
In quinta iniziano i problemi, problemi che coincidono, anche fortunatamente, con la pandemia, per cui le sue assenze a scuola coincidono con le assenze dovute al caso. Rodolfo, già all’inizio della scuola, aveva attacchi d’ansia e di panico e difficilmente riusciva a uscire da casa.
Nonostante l’impegno e la devozione di una professoressa, non riuscirà purtroppo a diplomarsi.
Come i sintomi vengono sostenuti dalla famiglia
Da allora la sua esistenza è stata un crescente rinchiudersi, anche se, tuttavia, restavano delle isole felici molto importanti: gli amici sempre presenti, la fidanzata, che poi nel tempo lascerà.
Amici, fidanzata e familiari, purtroppo, anche se con buone intenzioni, sostengono il suo sintomo. Vengono a trovarlo quando lui decide e sempre quando lui decide se ne vanno.
La vita in casa è praticamente scandita dai suoi bisogni e dalle sue “necessità”: la fidanzata del fratello non può, a volte, cenare in casa perché lui viene colto dall’ansia alla sua sola presenza; così la donna di servizio, che deve presentarsi a determinate ore, o i vari operai nello svolgimento delle normali manutenzioni.
Insomma, Rodolfo con i suoi sintomi controlla tutto, laddove l’eccesso di controllo, a mio parere, è dovuto al profondo sentire opposto, al sentire cioè di non avere nessun controllo né su di sé né sul suo ambiente. È in completa balia del mondo.
Il lavoro terapeutico: sintomi, sogni e significati profondi
Negli anni, tre per precisione, abbiamo riflettuto insieme sui suoi sintomi e sul fatto che Rodolfo, comunque, con la sua intelligenza, era riuscito a contenerli.
Alcune tecniche di respirazione, ad esempio, ma soprattutto il riuscire a concentrarsi, al momento, su altro; il capire che sentirsi svenire e svenire erano tutt’altra cosa; che l’attacco di panico durava pochi minuti e che di quello non era mai morto nessuno, tantomeno lui.
Le risorse e le capacità del giovane erano quindi non solo intatte, ma anche ben funzionanti.
Insieme abbiamo parlato dei suoi sogni e di come la loro produzione fosse aumentata nel momento in cui Rodolfo aveva capito quanto per me i sogni e la loro interpretazione fossero importanti; di come il loro contenuto apparente nascondesse significati profondi che illuminavano, a volte per lui in modo sorprendente, realtà inimmaginabili.
Abbiamo parlato molto delle sue ansie, del loro significato, del loro svolgersi nei minimi particolari: quando e come. Del suo bisogno di controllo e dei suoi profondi sensi di colpa, i cui risultati erano l’impossibilità ad allontanarsi da casa: se esco la nonna muore senza che io possa salutarla un’ultima volta.
È questo, in fondo, il significato dell’ansia da separazione: non la paura della scuola, ad esempio, ma la paura di ciò che può accadere a casa nell’assenza.
Possiamo quindi ipotizzare che l’hikikomori sia ansia da separazione, oltre che atto di ribellione, naturalmente per certi casi.
La dinamica con il padre
Abbiamo affrontato i suoi sintomi anche dal punto di vista della dinamica familiare.
Se i genitori devono uscire e lasciarlo solo, Rodolfo viene colto da intensi sintomi gastrointestinali, si sente svenire, ha paura che gli succeda qualcosa e che nessuno possa intervenire per aiutarlo, piange.
Il padre si lascia intenerire dai suoi pianti e preferisce non uscire. A prima vista questo verrebbe interpretato come la prova di un intenso amore paterno, ma riflettendo appare chiaro che il padre, camionista, ha dei tratti depressivi e non ha molta voglia di uscire per andare a lavorare.
I sintomi di Rodolfo gli servono come “scusa” per non uscire e non prendere il camion, camion che ha ereditato dal proprio padre, con cui il rapporto era complicato da intensi conflitti. Quindi i due, Rodolfo e il padre, si “appoggiavano”, inconsapevolmente, a vicenda.
I piccoli grandi passi verso l’autonomia
Lentamente e con molta fatica, Rodolfo è riuscito a uscire sempre di più, a usare non solo i piedi ma anche il motorino e la bicicletta e, sorprendentemente, ha superato quasi indenne la morte dell’altra nonna, a cui si era dedicato nei tempi della sua malattia.
Anche questo è stato un passo avanti notevole: era il segno tangibile dell’uscita da un universo dominato quasi esclusivamente da se stesso.
Poi sono arrivati la morte del suo adorato gatto Ceppino e il trasloco in una casa fortunatamente vicina, ma che lo ha allontanato dal mio studio.
L’allontanamento non ha provocato l’interruzione della psicoterapia, come temevo, ma in certi periodi, in cui Rodolfo era più fragile, la “messa alla prova” della terapeuta è stata intensa e difficile da sostenere: 10, a volte 15 telefonate per sollecitarlo a venire alle sedute, a cui rispondeva solo alla fine, preso dai sensi di colpa, e mi diceva dei suoi sintomi: mal di pancia, giramenti di testa, senso di svenimento, mal di gola, febbre, che gli avevano impedito di venire.
A questo rispondevo dicendo di non buttare via tutta la strada che avevamo fatto insieme e così riuscivamo lo stesso a fare la seduta, magari online e per un tempo ridotto, ma si manteneva comunque una continuità.
In particolare, in una di queste volte, sono stata colta da una forte irritazione, perché anche i terapeuti sono umani, e gli ho detto che la terapia così si concludeva perché non potevo tutte le volte chiamarlo continuamente.
Ma il giorno successivo, dopo una lunga riflessione notturna, gli ho parlato, l’ho pregato di venire e insieme, in presenza, abbiamo “comunicato”: lui le sue difficoltà e il suo desiderio, comunque, di continuare la terapia; io le mie scuse nell’essermi lasciata trasportare dall’impulsività.
Rodolfo a questo ha risposto: “Vabbè, capisco, si è arrabbiata!”. Anche questo, inciso, è un traguardo importante per lui.
Su questo aspetto della relazione terapeutica approfondisco anche il tema dei confini e del tempo clinico nell’articolo Il lavoro invisibile del terapeuta: perché servono tempo, confini e pazienza.
L’alleanza terapeutica con la madre
La terapia si è mantenuta, con difficoltà vista la dinamica disfunzionale che vigeva in questa famiglia, con un’alleanza con la mamma di Rodolfo, la persona che più gli era vicina, a cui almeno una volta al mese dedicavo un po’ di tempo per parlare, previo consenso del mio paziente, dei progressi e delle difficoltà che ancora persistevano.
Certamente Rodolfo non era un minorenne, ma era come se lo fosse. L’alleanza terapeutica con la mamma ha permesso il sostegno alla terapia: era la mamma che pagava le sedute e, comprensibilmente, non ne era molto entusiasta.
Occorreva quindi che, con pazienza, le venissero illustrati i benefici della terapia e i pericoli dell’interruzione della stessa.
Oggi Rodolfo è diverso
Rodolfo adesso è un ragazzo diverso, più consapevole di sé. Ne è la prova la cura che dedica a se stesso: si lava tutti i giorni, si cambia e viene alle sedute pulito e con i vestiti in ordine.
Va fuori e i suoi giri sono sempre più lunghi e meno complicati; ha svolto con successo un corso online che lo può indirizzare a una professione dignitosa; si occupa della sua stanza, che pulisce regolarmente, non è più un porcile; ha una nuova ragazza e, soprattutto, ha ancora molte mete da conquistare.
Conclusione: hikikomori e ansia da separazione
Nel caso di Rodolfo, il ritiro non è stato soltanto chiusura o opposizione al mondo esterno. È stato anche il segnale di un’ansia da separazione profonda, intrecciata ai lutti, ai sensi di colpa, alla dinamica familiare e al bisogno di controllo.
Per questo, quando parlo di hikikomori e ansia da separazione, penso che in alcuni casi il ritiro possa essere letto anche in questa chiave: non solo ribellione, ma paura della separazione e di ciò che potrebbe accadere in assenza.
Domande frequenti
No. L’hikikomori può avere significati diversi. In alcuni casi può essere letto come ritiro difensivo, in altri come ribellione, in altri ancora come manifestazione di un’ansia da separazione profonda.
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Tra i segnali più frequenti ci sono il progressivo isolamento nella propria stanza, la difficoltà a uscire di casa, l’inversione dei ritmi sonno-veglia, il ritiro scolastico o sociale e la forte ansia legata al contatto con l’esterno.
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Sì. Anche se nasce precocemente nello sviluppo, l’ansia da separazione può persistere o riattivarsi in adolescenza e in età adulta, spesso attraverso sintomi come panico, evitamento, somatizzazioni e bisogno di controllo.
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Sì. Con le migliori intenzioni, familiari e persone vicine possono adattarsi al sintomo e finire per rinforzarlo, organizzando la vita quotidiana intorno alle paure della persona.
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Sì, ma spesso serve tempo. Un percorso terapeutico costante può aiutare a comprendere il significato del sintomo, tollerare la separazione, ridurre l’ansia e recuperare gradualmente autonomia.
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