Genitori che non proteggono: dinamiche familiari e silenzi che favoriscono l’abuso

da | Set 26, 2025 | Psicologia

Un film che apre gli occhi: Festen (1998)

Per introdurre l’argomento prendo spunto dal film di Thomas Vinterberg (Festen, Danimarca, 1998), premiato al 51° Festival di Cannes.

C’è una grande festa di famiglia per i 60 anni di Helge. Il primogenito Christian, invitato al brindisi, rivela che quando erano bambini il padre ha abusato di lui e della sorella Linda (morta suicida l’anno precedente). Non solo: Christian accusa la madre di aver visto con i propri occhi e di aver fatto finta di niente, rinfacciandole con rabbia la sua omissione. In un primo momento tutti minimizzano e cercano di andare avanti come se fosse uno scherzo di cattivo gusto; poi una lettera di Linda conferma le accuse. Il conflitto esplode e, al mattino, Helge confessa.

Il film mette a fuoco due temi centrali: il ruolo (mancato) dell’adulto protettivo e il silenzio familiare che può coprire a lungo ciò che ferisce di più.

Il ruolo dell’adulto protettivo (spesso la madre)

Se per la vittima il vissuto è devastante, anche per l’adulto protettivo — in famiglia spesso la madre — l’impatto è enorme. Quando l’abusante è il padre o una figura interna alla famiglia, alcune madri non riescono subito a schierarsi con il minore: entrano in gioco senso di colpa, impotenza, inadeguatezza, rabbia verso sé stesse e verso chi ha compiuto il danno.
A volte l’abusante nega o “promette di farsi curare”, mentre tutto il carico della cura quotidiana (sostegno, protezione, ricostruzione) ricade sull’adulto protettivo.

È comprensibile che emergano solitudine e vergogna

“Con chi posso parlarne? Chi reggerebbe questo peso?”.

La trappola della negazione: perché può accadere

Di fronte a una realtà scioccante e traumatica, la negazione può apparire — almeno inizialmente — una strada per congelare il pensiero. Non è un “difetto morale”: è un modo umano di guadagnare tempo quando la mente non è pronta a reggere l’impatto.
Si cercano spesso “soluzioni di comodo”:

  • assolvere parzialmente l’abusante (“È malato”, “Non si rendeva conto”);
  • provare a “lavare i panni sporchi in famiglia”;
  • evitare l’esposizione pubblica e il giudizio del contesto.

Queste scelte proteggono nell’immediato, ma rischiano di mantenere il problema e di lasciare solo il minore.

Quando pesano i fattori economici e il contesto

Gli episodi di abuso si consumano spesso in contesti poco protettivi e complessi: problemi personali, storie familiari gravose, dipendenza economica dall’abusante.
È un tema cruciale: 

“Se lo perdo, come mantengo la famiglia?”.

Nei casi già citati in altri miei articoli (per esempio il caso Sabrina e, in parte, il caso Sara) la madre si trovava anche davanti a scelte materiali difficili: reddito, casa, gestione dei figli. Queste condizioni non giustificano, ma spiegano alcune scelte difensive iniziali.

Il mio approccio terapeutico

Ritengo fondamentale sostenere l’adulto protettivo lungo il percorso di cura, con:

  • sedute individuali per elaborare colpa, vergogna, rabbia, impotenza;
  • sedute con la bambina/o, per ricucire la fiducia e ristabilire sicurezza.

Nei casi intrafamiliari, diversamente da molti maltrattamenti, il nodo è proprio la relazione tra minore e adulto protettivo: la vittima può accusare chi non ha visto o non ha difeso, e allo stesso tempo desiderare la sua vicinanza.

Una buona alleanza terapeutica consente di nominare il dolore, rimettere i confini, ricostruire protezione e prosieguo di vita.

Se senti che queste mie parole toccano qualcosa che vivi da vicino, possiamo parlarne in uno spazio accogliente e non giudicante. Scrivimi qui.

FAQ – Domande frequenti

Come faccio a capire se un adulto “non protegge”?

Osserva minimizzazioni, negazioni, richieste di “non parlarne”, tentativi di gestire “in casa” senza supporto professionale, o la tendenza ad assolvere chi ha fatto del male.

È normale che una madre inizialmente non creda al figlio?

Può accadere. Non è “giusto”, ma è umano: la mente difende dalla frattura emotiva. Il supporto psicologico aiuta a superare la negazione e a schierarsi in modo chiaro con il minore.

Cosa fare se sospetto un abuso in famiglia?

Prima cosa: mettere in sicurezza il minore. Poi attivare la rete (servizi sociali, forze dell’ordine, consultori, professionisti). Non affrontare da soli: la tempestività è fondamentale.
Per dati e definizioni internazionali: scheda OMS sul maltrattamento

E se dipendiamo economicamente dall’abusante?

Parlane con i servizi territoriali: esistono percorsi di protezione e sostegno (abitativi, legali, economici) che permettono di proteggere il minore senza restare intrappolati.

La terapia può riparare il legame tra madre e figlio/a?

Sì, lavorando su protezione, confini, verità e riconoscimento del dolore. Non è immediato, ma è possibile ricostruire sicurezza e fiducia.

Conclusione

Parlare di questi temi è faticoso, ma necessario. Dare parole al dolore, senza negarlo, senza lasciarlo solo, è il primo passo per interrompere il ciclo e proteggere davvero.

Autore

Silvana Simoncini
Silvana Simoncini Psicologa Psicoterapeuta Orientamento: Psicodinamico Ansia Conflitti Depressione Lavoro con: Adolescenti, Adulti, Bambini Non tratto solo i sintomi, ma la complessità della persona e della sua storia. Da oltre 30 anni accompagno bambini, adolescenti e adulti in percorsi di cura emotiva e relazionale, integrando esperienza clinica e aggiornamento continuo. Ricevo a Firenze Vedi profilo