Un’attenta riflessione conduce a pensare che un codice deontologico che orienti il comportamento degli psicologi non dovrebbe esistere: redigerlo dovrebbe essere inutile, farlo una contraddizione in termini.
La nostra professione è una professione d’aiuto, in cui il presupposto implicito è che ci si occupi degli altri perseguendone il benessere emotivo. Il benessere emotivo è, cioè, l’obiettivo ultimo, e in corso d’opera, del nostro lavoro.
Implicitamente, quindi, lo psicoterapeuta deve possedere quelle qualità che sostengono il suo intervento. Prima fra tutte, anche se purtroppo è così sfruttata da rischiare di diventare vuota di senso, l’empatia.
Empatia, confini e rispetto dell’altro
L’empatia, in generale, è la capacità di mettersi nei panni degli altri, di entrare nella testa altrui o, meglio, nel loro cuore e mitigare (così mi viene da dire) il proprio “dire” o “fare”.
Occorre, però, mantenere una distanza necessaria a non confondere i due estremi: i due amanti, il padre o la madre e il figlio, i due amici e, non ultimi, il paziente e il suo terapeuta.
Confonderli rappresenta un problema di non poco conto. Uno dei due “estremi” può mettere i propri desideri, ambizioni, sogni e modi di essere nell’altro, magari costringendolo a viverli. A quel punto non c’è più distinzione.
Un terapeuta può possedere molte nozioni tecniche, conoscere le più importanti, e anche le meno importanti, teorie psicologiche, essersi formato nelle più prestigiose università e aver seguito importanti aggiornamenti e master. Ma, se non possiede empatia, non può svolgere questa professione.
All’interno dell’empatia, è superfluo sottolinearlo, viaggia il rispetto dell’altro: sapere, cioè, che l’altro è diverso da te, non ha i tuoi stessi pensieri e non possiede le tue stesse capacità, idiosincrasie, risorse o limiti.
È un ALTRO al quale, però, si possono riconoscere considerazione e dignità, trattandolo di conseguenza.
Cosa dice il Codice deontologico sui rapporti tra colleghi
La contraddizione in termini è quindi questa: nel Codice deontologico viene sottolineato il principio secondo cui non si possono esprimere pubblicamente giudizi negativi sui colleghi, denigrandone la formazione, la competenza o i risultati professionali.
Gli articoli 33 e 36 del Codice deontologico degli psicologi richiamano, infatti, il rispetto reciproco, la lealtà e la colleganza e vietano i giudizi pubblici lesivi del decoro e della reputazione professionale dei colleghi.
Questo principio sembrerebbe superfluo, tenendo conto di tutte le considerazioni fatte sopra. Ma, se viene messo per iscritto, significa che la tentazione umana, anzi professionale, esiste.
Esiste il bisogno di denigrare, diffamare, svilire. Ecco, forse “svilire” è il termine più adatto.
Ma qual è il fine di questa “esecrabile” tendenza?
Molto prosaicamente, e certamente questa spiegazione non sarà esaustiva, il fine può essere quello di esaltare il proprio lavoro a danno dell’altro, per invidia.
L’invidia, come ci insegna Melanie Klein, è un motore potente che opera già alla nascita. È una caratteristica scomoda, che molti non si riconoscono, ma che semplicemente fa parte del mondo interno di tutti noi.
Più semplicemente, senza scomodare la Klein, denigrare o svilire il collega può significare “acquistare” un paziente in più. E acquistare dà proprio l’idea di un’operazione commerciale.
Sappiamo, purtroppo, che gli psicologi in Italia sono molti e, in alcune regioni, più concentrati che in altre. La battaglia, per la maggior parte, è quindi all’ultimo sangue. Perdonatemi la franchezza, ma un termine forte, probabilmente eccessivo, rende l’idea.
È difficile tenere a mente tutto questo.
I terapeuti dovrebbero essere allenati a considerare i propri vissuti e a distinguere tra sé e l’altro. Basti pensare al continuo svolgersi di transfert e controtransfert. Ma è umano, a volte, soprassedere o, come diceva un famoso comico, Corrado Guzzanti, “sopravvoliamo!”, in vista di un fatturato più consistente.
Ho approfondito le difficoltà emotive, il controtransfert e i confini che accompagnano il lavoro clinico anche nell’articolo Il lavoro invisibile del terapeuta: perché servono tempo, confini e pazienza.
Una relazione terapeutica costruita negli anni
Questa è l’introduzione, il cappello generale. Ma, nello specifico, può succedere che tu segua un paziente per anni, anche molti.
È un caso difficile. Lo hai “preso” quando era un bambino e te lo ritrovi abbastanza grande da considerarlo, com’è in effetti, un adolescente pieno. Lo hai visto crescere, svilupparsi e, attraverso il tuo operare, lo hai visto migliorare e diventare consapevole.
Era un bambino all’apparenza istrionico, teatrale nelle sue manifestazioni comportamentali, che oscillava già allora, pericolosamente, tra umori depressi, in cui era l’ultimo degli ultimi, e un umore maniacale, in cui era la stella più brillante del firmamento.
Ma era geniale: intelligenza acuta, grande ed esacerbata sensibilità, spiccato senso dell’umorismo e non indifferenti capacità creative. Dimostra, in particolare, una forte propensione per la scrittura e la musica.
Lo chiamerò Giovanni, un nome di fantasia scelto per tutelarne l’identità.
Giovanni lamenta sempre una grande solitudine e un malessere di vivere. Nella sua famiglia sono presenti alcune diagnosi di disturbo dell’umore, elemento che alimenta nei genitori il timore di una possibile predisposizione familiare.
Un timore che aleggia sempre negli incontri mensili, ma che non verrà mai espresso chiaramente: dirlo a chiare lettere significherebbe riconoscere la possibilità che quella condizione possa esistere nel loro figlio.
Giovanni, infatti, è sempre in equilibrio instabile su quella sottile linea che separa la malattia dalla salute mentale, sostenuto negli anni dalla mia fiducia nelle sue risorse intellettive, ma anche emotive e affettive.
In buona sostanza, la psicoterapia è questo: il legame, la relazione tra il paziente e il suo psicoterapeuta, una relazione solida e stabile.
Quella di Giovanni con me è una relazione terapeutica in cui transfert e controtransfert hanno più segni positivi che negativi, più affetto che odio, più alleanza che resistenza.
È un legame forte, che sopravvive negli anni e resiste nonostante le inevitabili défaillance. Un terapeuta non potrebbe chiedere di più, ma neppure un paziente.
Le oscillazioni dell’umore e il lavoro terapeutico
Giovanni mi parla delle sue fantasie torbide e disturbanti, delle sue oscillazioni dell’umore sempre più frequenti, controllate a fatica da tutto il buon cibo terapeutico che sono riuscita a mettere dentro di lui negli anni.
Un cibo che ha digerito, facendolo suo, e che lo conduce a modulare la propria sofferenza.
Non c’è stato solo il lavoro con Giovanni, ma anche quello con i suoi genitori. E non poteva essere diversamente.
Negli incontri mensili, le menti dei genitori venivano messe in contatto con quella del figlio, cercando una sintonizzazione a volte difficile da trovare.
Ricordo i pianti, le urla nel mio studio, ma anche la calma, la distensione e, soprattutto, la comprensione, a volte, degli uni verso l’altro.
Ci sono state anche molte telefonate tra me, la terapeuta, e la madre di Giovanni. Telefonate nelle quali accoglievo e sostenevo, cercando di trasformare e, similmente a ciò che facevo con il figlio, di mostrare che, accanto a un’unica via o a una sola soluzione, potevano esserci altre soluzioni, strade e possibilità.
Le aspettative dei genitori e le resistenze al percorso
Le resistenze che non c’erano, o erano poche, nel paziente cominciavano via via a diventare più forti nei genitori.
Volevano i risultati.
Giovanni, soprattutto, doveva corrispondere alle aspettative materne. I risultati, quindi, non comprendevano la consapevolezza, la riflessione e l’elaborazione che io e Giovanni avevamo costruito faticosamente negli anni, ma un adattamento del ragazzo alle norme sociali:
- Giovanni doveva essere felice;
- Giovanni doveva essere socievole;
- Giovanni doveva stare bene con gli altri.
Tutto ciò che Giovanni, se non a forza, e quindi non spontaneamente come dovrebbe essere, non poteva fare.
Un paradosso, nel più classico senso del termine: un’emozione non può essere imposta.
Ma tant’è: i genitori dispongono dei figli e, del resto, li si può capire. Vengono quindi ricercate nuove strade che possano risolvere la situazione, possibilmente nel più breve tempo possibile.
Una nuova diagnosi e il giudizio sul lavoro precedente
I genitori accedono così a un centro conosciuto, specializzato nell’infanzia e nell’adolescenza, che offre loro test, diagnosi, interviste e chi più ne ha più ne metta.
Fior fiore di neuropsichiatri e neuropsicologi formula una diagnosi di disturbo lieve dello spettro autistico.
Giovanni, giustamente, mi dirà:
«E, quando l’ho saputo, che me ne faccio?»
Infatti.
Ma il “fior fiore” non si limita a questo: dice che il mio lavoro è stato inutile. Non è servito a niente, giusto un pochino.
Poi rifiuta di parlare con me, nonostante le mie ripetute offerte di un incontro, anche telefonico, come di solito succede tra colleghi. Dicono che è inutile, così come inutile è stato il mio lavoro. Quindi serve il Loro.
La rigorosità etica nel confronto tra approcci terapeutici
I genitori, durante l’ultimo incontro (un incontro difficile per me e, credo, anche per loro), mi chiederanno che cosa penso di quel centro e del suo approccio.
Certo, la tentazione di dire che non serviva a niente c’era.
Ma mi sono imposta la rigorosità etica e ho detto loro che il loro approccio era diverso dal mio. Non potevo quindi dare un giudizio sereno e competente.
Potevo soltanto affermare che il centro era conosciuto e che i professionisti erano persone serie e formate. Per il resto, non potevo dire altro.
Probabilmente Giovanni diventerà ben adattato, consenziente, imparerà a tenere per sé le sue sofferenze che, credo, non spariranno.
Ma quello che mi rattrista è che Giovanni perderà uno spazio importante per lui: il nostro spazio terapeutico.
Che cosa protegge il Codice deontologico degli psicologi
Questa esperienza mi riporta alla domanda iniziale: il Codice deontologico degli psicologi è davvero importante?
Forse il fatto che sia necessario mettere per iscritto il rispetto dovuto ai pazienti, ai colleghi e alle relazioni professionali non è una contraddizione. È il riconoscimento che anche lo psicologo è un essere umano, con i propri vissuti, le proprie ferite, le proprie ambizioni e le proprie tentazioni.
Il Codice non sostituisce l’empatia, la competenza o la capacità di riflettere su se stessi. Stabilisce, però, un confine che protegge il paziente, il lavoro terapeutico, i colleghi e la professione nel suo insieme.
Domande frequenti sul Codice deontologico degli psicologi
Perché il Codice deontologico è importante per gli psicologi?
Il Codice deontologico stabilisce regole vincolanti per gli iscritti all’Albo e tutela le persone che si rivolgono a uno psicologo. Regola, tra gli altri aspetti, la riservatezza, i confini professionali, la competenza e i rapporti tra colleghi.
Che cosa prevede il Codice nei rapporti tra colleghi?
I rapporti tra psicologi devono essere fondati sul rispetto reciproco, sulla lealtà e sulla colleganza. Lo psicologo deve inoltre evitare giudizi pubblici che possano danneggiare la reputazione professionale di un collega.
Uno psicologo può criticare il lavoro di un collega?
Lo psicologo non deve esprimere pubblicamente giudizi negativi sulla formazione, sulla competenza o sui risultati professionali di un collega. Se rileva una condotta scorretta che può danneggiare le persone assistite o la professione, deve rivolgersi al Consiglio dell’Ordine competente.
Empatia e Codice deontologico sono la stessa cosa?
No. L’empatia è una capacità relazionale, mentre il Codice deontologico stabilisce regole professionali vincolanti. L’empatia può sostenere un comportamento rispettoso, ma non sostituisce la conoscenza e l’applicazione delle norme.
Perché è importante rispettare approcci terapeutici differenti?
Approcci differenti possono basarsi su presupposti, metodi e obiettivi diversi. Un confronto professionale richiede competenza, conoscenza del lavoro svolto e rispetto, soprattutto quando sono coinvolti il benessere e la continuità terapeutica del paziente.
Se senti il bisogno di affrontare difficoltà emotive, relazionali o familiari, puoi contattarmi dal mio profilo su Psicologo Vicino.


