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Questo articolo è la prima parte di una serie dedicata all’adolescenza. Seguiranno altri approfondimenti per accompagnarti in questo percorso.
Una madre entra nello studio di una psicologa e inizia a parlare della figlia quindicenne:
“Non la riconosco più. Fino a qualche anno fa mi parlava, mi raccontava della sua giornata. Ora, invece, torna da scuola e si chiude la porta di camera sua alle spalle”.
Dopo una pausa di silenzio, la donna riprende:
“Non è proprio così: a volte si avvicina a me e mi dice che mi vuole bene, altre volte cambia completamente, buttandomi fuori dalla sua vita o arrabbiandosi se faccio qualcosa che, in quel momento, non le va a genio”.
Crescere fa paura, a tutti: non solo ai nostri figli, ai ragazzi e alle ragazze, ma anche agli adulti di riferimento. Genitori, insegnanti, educatori o allenatori, confrontarsi con l’adolescenza ci rimanda a chi siamo stati. In questa fase, l’adolescenza è un “enzima” che attiva la mente verso la trasformazione di Sé (da “Rotture evolutive. Psicoanalisi dei breakdown e delle soluzioni difensive” di Anna Maria Nicolò – Raffaello Cortina Editore, 2021).
L’adolescenza non è soltanto un periodo della vita: è un concetto che possiamo riattivare dentro di noi ogni volta che la nostra identità si trasforma. Questo avviene perché l’adolescenza è legata alla costruzione della propria identità. Anche da adulti, infatti, continuiamo a confrontarci con la ricerca del senso di noi e del mondo.
Inoltre, l’adolescenza ci fa pensare a tutto ciò che sfugge al controllo: trasgressione, emozioni e sessualità vissute intensamente. L’adulto, con i propri limiti e paletti costruiti con tanto tempo e fatica, può sentirsi particolarmente mosso da questa marea rappresentata dal figlio o dalla figlia adolescente.
Ritorniamo al punto di vista dei ragazzi e delle ragazze: crescere può far paura e l’ansia può diventare un segnale di questo passaggio. Ogni momento di crescita implica anche una rinuncia, una perdita di qualcosa che viene lasciato nel passato. Potrebbe sembrarti di perdere per sempre la spensieratezza dell’infanzia; in realtà, quel pezzo entra a far parte di te insieme a tante altre parti nuove.
Le novità spaventano perché portano con sé l’incertezza del risultato. Domande comuni che possono affiorare nella mente di un adolescente sono:
Questi interrogativi sono normali e testimoniano il bisogno di costruire una visione del proprio futuro. La sensazione di incertezza è strettamente connessa all’ansia: questa emozione deriva dalla paura, che è fisiologica perché segnala un possibile pericolo. A differenza della paura, l’ansia non è legata a una minaccia concreta e oggettiva ma a qualcosa che percepiamo come un pericolo. Il non sapere come andranno le cose può essere sentito come tale.
Non c’è bisogno di eliminare l’ansia, come spesso viene professato sui social. L’ansia è un segnale prezioso di qualcosa che per noi è importante; va ascoltata e affrontata per stare meglio con se stessi. Ad esempio, potresti provare ansia rispetto alle relazioni, alla scuola o al tuo corpo che cambia. Quest’ansia indica che è in gioco un tema significativo per te.
Durante l’adolescenza, una certa dose di ansia è quindi normale: stai affrontando un periodo di ristrutturazione di te stesso/a, delle tue relazioni e della tua visione del mondo. Se l’ansia diventa invalidante (cioè non ti permette di andare avanti con la tua vita quotidiana) può essere utile rivolgersi a un/una professionista.
La parola crisi deriva dal greco krísis (“scelta”), da cui anche il verbo krino (“separare”). Un momento di crisi indica quindi uno spartiacque tra un prima e un dopo, nel quale siamo chiamati a compiere delle scelte.
Durante l’adolescenza ci si sente di abbandonare – e a volte quasi provare disagio verso – il sé bambino/a per far spazio a nuove esperienze. Si compiono numerose scelte:
Ci avviciniamo quindi a un concetto psicoanalitico, che è l’approccio adottato: il processo di separazione-individuazione. Si tratta di un graduale distacco dal sé e dalle figure che evocano il passato infantile (in primis i genitori) per arrivare a costruire una identità più autonoma ed evoluta. In questo processo le relazioni sono fondamentali: i genitori devono lasciare autonomia e interessarsi a chi stai diventando, senza imporsi né sostituirsi a te. Allo stesso modo, le relazioni al di fuori della famiglia (amici, amori, gruppi) sono necessarie per trovare se stessi/e e diventare sempre più autonomi/e.
Una crisi evolutiva è quindi un momento di passaggio e di trasformazione, non qualcosa di negativo. Non si tratta di un guasto da riparare, ma di un movimento verso una nuova identità. È importante distinguere tra:
Nel concreto, le crisi evolutive in adolescenza possono manifestarsi in modi diversi. Alcuni esempi ricorrenti sono:
Ognuna di queste situazioni rappresenta una crisi evolutiva che, se accompagnata da ascolto e comprensione, può trasformarsi in un’occasione di crescita
Il processo di separazione-individuazione (Blos, 1979) ha radici psicoanalitiche. Nella terapia psicoanalitica si stabilisce una buona relazione tra paziente e terapeuta, che diventa il veicolo di cura; inoltre, si considerano non solo i pensieri e le emozioni consce, ma anche quelle inconsce, e si dà importanza all’unicità di ogni persona.
Questo processo implica due fasi, che avvengono contemporaneamente e gradualmente:
Non sono compiti facili: comportano una totale ristrutturazione di chi sei. Per questo vivrai un turbinio di emozioni intense, spesso percepite come incontrollabili. Anche questo fa parte della crescita, in cui mente, corpo e cervello sono in costruzione e troveranno stabilità solo alla fine del processo.
Crescere può far paura, ma le crisi evolutive rappresentano un passaggio necessario per avvicinarsi a un’identità autonoma e autentica. La crescita va compresa e sostenuta dagli adulti di riferimento, che non si sostituiscono ai ragazzi ma fungono da guide. Chiedere aiuto rispetto a dubbi, passaggi e impasse non è segno di debolezza, bensì di consapevolezza. Nel lavoro con gli adolescenti emerge spesso quanto abbiano bisogno di sentirsi visti e ascoltati.
Come faccio a capire se l’ansia di mio figlio è “normale” o è il caso di preoccuparsi?
Il criterio fondamentale riguarda quanto e come l’ansia impatta sulla vita di vostro figlio o vostra figlia. Se non gli/le permette di svolgere le attività quotidiane (studio, socialità, hobbies), è il caso di consultare un professionista.
È normale che un adolescente si chiuda in camera e parli poco con noi genitori? Fino a che punto è fisiologico?
Piuttosto, sarebbe “anormale” il contrario. L’adolescente ha bisogno di affrancarsi dalla famiglia; il ritiro in camera e il desiderio di privacy sono espressioni di crescente autonomia.
Cosa posso dire o fare se mio figlio rifiuta l’idea di parlare con uno psicologo?
Lasciategli/le spazio: forse non è il momento giusto o vuole che la decisione sia davvero sua. Se la situazione è molto grave, si può fare rete con altri adulti di riferimento, cercando di far comprendere all’adolescente che siete lì per il suo bene.
Quanto c’entrano i social e il confronto con i coetanei nell’aumentare l’ansia in adolescenza?
Sia i social sia il confronto con i coetanei sono aspetti fondamentali nella crescita. Come ogni aspetto della vita, se usati male, in eccesso o in maniera rigida possono diventare fattori di rischio per il malessere individuale.
Ha senso che anche noi genitori chiediamo un supporto psicologico quando non sappiamo più come aiutarlo?
Certamente. L’aiuto di un professionista può essere rivolto sia al/alla ragazzo/a sia al genitore. È importante, tuttavia, che ognuno abbia il proprio spazio di riflessione e cura.
Se ti riconosci in queste descrizioni o senti che tuo figlio/a sta attraversando una fase di scombussolamento, disagio o ansia legati alla crescita, può essere utile parlarne con un professionista. Se vuoi parlare con qualcuno che si occupa di adolescenza e vuoi valutare con calma quale percorso possa essere più adatto alla tua situazione, contattami.